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Rewilding: la guida completa alla rinaturalizzazione

Il rewilding non è solo Yellowstone. In Italia il lupo è tornato da solo, lo stambecco del Gran Paradiso è stato salvato dall’estinzione e l’Appennino centrale costruisce corridoi di coesistenza. Guida completa con dati verificati, dalle 3C al conflitto uomo-fauna.

Sergio Campolo 10 JULY 2026 11 min
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Il rewilding, in italiano rinaturalizzazione, è una strategia di conservazione che ripristina i processi naturali e le relazioni ecologiche negli ecosistemi degradati, reintroducendo le specie mancanti, riducendo l’intervento umano e riconnettendo gli habitat frammentati. A differenza della conservazione tradizionale, che protegge ciò che resta, il rewilding punta a ricostruire ciò che è andato perduto (Carver et al., 2021).

La scala della crisi è documentata: il WWF Living Planet Report, 2024 registra un calo medio del 73% nelle popolazioni di fauna selvatica monitorate dal 1970 e l’IPBES, 2019 stima circa un milione di specie a rischio di estinzione. I motori principali della perdita sono la distruzione degli habitat (circa il 75% della superficie terrestre alterato in modo significativo), il sovrasfruttamento delle specie, l’inquinamento, le specie invasive e il cambiamento climatico.

In Italia il rewilding ha già nomi precisi: il ritorno naturale del lupo appenninico (da circa 100 esemplari negli anni Settanta a 3.307 oggi, ISPRA, 2022), il salvataggio dello stambecco nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, la reintroduzione dell’orso bruno sulle Alpi centrali e i corridoi ecologici di Rewilding Appennino Centrale. Il riferimento globale resta la reintroduzione dei lupi a Yellowstone, nel 1995.

Quando si parla di rewilding la prima immagine è quasi sempre Yellowstone. I lupi, il documentario, i fiumi che cambiano corso nell’arco di vent’anni. È una bella storia e il suo nucleo scientifico è documentato. Ma la versione più vicina a te non parla americano.

Negli anni Settanta in Italia erano rimasti circa cento lupi, sopravvissuti a decenni di veleno e fucile. Oggi sono 3.307 (ISPRA, 2022) e occupano oltre metà del territorio nazionale. Nessuno li ha reintrodotti. Sono tornati da soli, quando abbiamo smesso di sterminarli e la montagna si è svuotata di pastori. Questo è rewilding, anche se nessuno gli ha mai messo un’etichetta sopra. La parte che non entra in un video di tre minuti è tutto il resto: un crollo del 73% nelle popolazioni di fauna dal 1970, ecosistemi troppo frammentati per riprendersi da soli e le obiezioni legittime di chi vive accanto alla natura che torna. Partiamo da una definizione precisa.

Cosa significa rewilding

Il rewilding occupa una posizione scomoda nel dibattito sulla conservazione: è insieme uno dei concetti più citati in ecologia e uno dei meno definiti con coerenza. La parola copre tutto, dal lasciare un angolo di giardino senza falciarlo al reintrodurre i lupi su un’intera catena montuosa. Questa varietà non è un problema, riflette differenze reali nella pratica. Il problema nasce quando la parola viene usata senza specificare quale versione si intende, cosa che accade di continuo nella cronaca ambientale.

La definizione scientifica di riferimento viene da Carver et al., 2021, che ha consolidato dieci principi guida dalla letteratura. Nel suo nucleo il rewilding ripristina le interazioni trofiche, opera su scala di paesaggio e accetta che l’esito non possa essere predeterminato. Quest’ultimo punto separa il rewilding dal restauro ecologico tradizionale: non stai progettando uno stato preciso dell’ecosistema, stai ricostruendo i processi che gli permettono di auto-organizzarsi.

Le 3C: aree centrali, corridoi, carnivori

Il quadro fondativo del rewilding è stato proposto da Michael Soulé e Reed Noss nel 1998 (Soulé e Noss, 1998) e affinato dalla letteratura nei vent’anni successivi. Tre requisiti strutturali definiscono la maggior parte dei progetti funzionali: ampie aree centrali protette, corridoi che le collegano e la reintroduzione di carnivori o altre specie chiave come ancore ecologiche.

Le aree centrali sono la base irriducibile: senza spazio sufficiente nessuna reintroduzione regge nel lungo periodo. I corridoi sono l’elemento più critico e più trascurato. Una popolazione di lupi chiusa in una riserva circondata da autostrade e agricoltura intensiva è, dal punto di vista ecologico, una popolazione-isola con tutta la vulnerabilità genetica che ne consegue. I carnivori completano il quadro perché la loro assenza lascia che le prede sovrappascolino, facendo collassare la struttura vegetale che sostiene ogni altra specie della rete alimentare.

Trovo le 3C più utili sul piano operativo di quasi tutto il resto scritto sul rewilding e la loro quasi totale assenza dai documenti nazionali di pianificazione della biodiversità è uno dei segnali più chiari che scienza e politica ancora non si parlano come dovrebbero. È esattamente sui corridoi che lavora il progetto italiano più ambizioso, Rewilding Appennino Centrale, di cui parliamo più avanti.

Rewilding passivo, attivo e trofico

Il rewilding passivo significa togliere la pressione umana, smettere di falciare, di pascolare, di drenare e lasciare che i processi naturali decidano cosa torna. Funziona dove esistono ancora una banca di semi funzionale e un serbatoio di specie a distanza di dispersione. Il ritorno del lupo in Appennino è di fatto un rewilding passivo su scala nazionale: protezione legale più abbandono della montagna hanno fatto il lavoro, senza che nessuno rilasciasse un solo animale.

Il rewilding attivo prevede interventi deliberati: reintrodurre specie precise, modificare l’idrologia, rimuovere recinzioni. È più controllabile nel breve periodo e più costoso. La reintroduzione dell’orso bruno in Trentino e il ripopolamento dello stambecco a partire dal Gran Paradiso sono esempi italiani di rewilding attivo. Il rewilding trofico è un sottoinsieme specifico che si concentra sul ripristino delle dinamiche predatore-preda e delle cascate che producono, ovvero, meccanicamente, ciò che è accaduto a Yellowstone. Quasi tutti i progetti reali combinano i tre approcci in sequenza. La distinzione conta perché ognuno ha costi, tempi e profili di rischio diversi.

La crisi della biodiversità

Il rewilding esiste come disciplina perché la conservazione tradizionale, istituire aree protette e gestirle per specie bersaglio, non ha invertito la traiettoria globale della perdita di biodiversità. Per capire perché chi lo pratica lo considera un’escalation necessaria bisogna capire la scala di ciò a cui risponde. I numeri sono molto citati e molto fraintesi quindi la precisione conta.

I dati: LPI, IPBES, IUCN

Il WWF Living Planet Report, 2024 ha monitorato 34.836 popolazioni di fauna su 5.495 specie di vertebrati per cinquant’anni. Il risultato principale è un calo medio del 73% tra il 1970 e il 2020. Quel numero non significa che il 73% delle specie si è estinto: significa che, nelle popolazioni studiate, la variazione media della dimensione di popolazione in cinque decenni è stata una riduzione del 73%. Circa metà delle popolazioni era in calo, l’altra metà stabile o in crescita. È una nota metodologica, non un modo per minimizzare il segnale.

Cinquant’anni. 73%. Non è rumore statistico.

Separatamente, il Global Assessment dell’IPBES, 2019, redatto da 145 esperti di 50 Paesi, ha stimato circa un milione di specie a rischio attuale di estinzione. La Lista Rossa IUCN, 2025 (versione 2025-2) ha valutato 172.620 specie e ne classifica 48.646 come minacciate di estinzione. Le due cifre applicano criteri diversi e coprono porzioni diverse della biodiversità nota: sono compatibili, non contraddittorie.

I cinque motori della perdita

L’IPBES, 2019 individua cinque motori principali della perdita di biodiversità: cambiamento d’uso del suolo e distruzione degli habitat, sfruttamento diretto delle specie, inquinamento, specie invasive e cambiamento climatico. La perdita di habitat pesa di gran lunga più di tutti gli altri sul declino documentato delle specie. Il clima diventerà sempre più dominante con l’aumento delle temperature ma oggi agisce soprattutto come moltiplicatore delle pressioni esistenti più che come causa primaria a sé stante.

Tra il 1980 e il 2000 sono andati persi 100 milioni di ettari di foresta tropicale (IPBES, 2019).

Lo stesso rapporto rileva che circa il 75% della superficie terrestre è stato alterato in modo significativo dall’attività umana, il 66% degli oceani subisce impatti cumulativi crescenti e oltre l’85% delle zone umide globali è andato perduto. Non sono proiezioni, descrivono lo stato attuale. L’argomento ecologico per il rewilding ne discende: se il primo motore della perdita è la distruzione e la frammentazione degli habitat, lo strumento principale per invertirla deve agire su ripristino e connettività alla scala del paesaggio.

Come funziona il rewilding sul campo

Un progetto di rewilding non comincia dagli animali, comincia da una valutazione del territorio, da un’analisi della rete alimentare e da una decisione su quanta gestione umana sei disposto a togliere. La sequenza conta: saltare alla reintroduzione senza affrontare le condizioni di habitat che hanno causato l’estinzione locale produce fallimenti costosi e regala ai critici un esempio legittimo da citare.

Reintroduzione: cosa viene prima

Reintrodurre una specie in un’area da cui è scomparsa richiede di rispondere a una domanda che quasi tutti i piani saltano: perché è sparita la prima volta? Se la causa era la caccia e la caccia è cessata, la reintroduzione può reggere. Se la causa era la perdita di habitat e l’habitat non è stato ripristinato, stai rilasciando animali in un paesaggio che produrrà di nuovo lo stesso esito.

Le Linee guida IUCN per le reintroduzioni (IUCN, 2013) forniscono il quadro standard: verificare che la causa del declino originario sia stata affrontata, valutare la capacità portante dell’habitat, considerare la diversità genetica delle popolazioni di origine e pianificare il monitoraggio post-rilascio fin dall’inizio. La maggior parte dei fallimenti documentati si riconduce a un passaggio saltato in quella sequenza. La reintroduzione dell’orso in Trentino, dieci animali portati dalla Slovenia, ha rispettato la procedura sul piano biologico ma, come vedremo, ha sottovalutato il passaggio più difficile: la convivenza.

Cascate trofiche: come i lupi cambiano i fiumi

Quando i lupi furono reintrodotti a Yellowstone nel 1995 non ridussero soltanto il numero di wapiti, cambiarono dove i wapiti sceglievano di pascolare. Gli ungulati evitarono i fondovalle aperti e le rive dove i lupi potevano accerchiarli e così salici, pioppi e ontani poterono rigenerarsi lungo i corsi d’acqua. Quella vegetazione stabilizzò le sponde, ridusse l’erosione e modificò la struttura fisica dei fiumi. I castori tornarono perché il salice era di nuovo disponibile. Gli uccelli seguirono, perché l’habitat ripariale era tornato.

Quella sequenza, dalla reintroduzione del predatore al cambiamento di comportamento alla ripresa della vegetazione fino alla modifica della geomorfologia, è ciò che gli ecologi chiamano cascata trofica. Yellowstone ne è l’esempio più citato, documentato su vent’anni di monitoraggio. La storia del lupo che cambia i fiumi è corretta nelle linee generali, la versione da documentario comprime i tempi in modi che nascondono la complessità reale.

Le specie chiave

Non tutte le specie hanno lo stesso peso ecologico. Le specie chiave sono quelle la cui rimozione produce effetti sproporzionati rispetto alla loro biomassa o al loro numero, effetti che si propagano lungo la rete alimentare e alterano la struttura dell’ecosistema in modi che dai numeri non prevederesti. Il termine viene dall’architettura: togli la chiave di volta e l’arco non perde una pietra, perde la sua integrità strutturale.

Predatori apicali e comportamento delle prede

Lupi, leoni e squali condividono una proprietà ecologicamente decisiva: la loro presenza cambia il comportamento di ogni specie-preda nel loro areale, non solo il numero. Si dice che i predatori controllino le prede ma l’effetto più importante è comportamentale: le prede evitano le aree dove i predatori si concentrano e questo sposta i ritmi di pascolo e brucatura su interi paesaggi. Il lupo italiano svolge oggi questo ruolo lungo tutta la dorsale appenninica, con un effetto collaterale poco raccontato: contiene la diffusione della peste suina africana nei cinghiali, riducendo le carcasse infette.

Quando i predatori apicali vengono rimossi, le loro prede proliferano e i mesopredatori, le specie di taglia media, si espandono senza più controllo. Gli effetti scendono a cascata lungo la rete alimentare, riducendo la diversità vegetale, destabilizzando il carbonio del suolo e alterando la funzione idrologica per decenni dopo la scomparsa del predatore.

Elefanti: ingegneri degli ecosistemi

Un elefante africano non si propone di gestire un paesaggio. Lo attraversa, abbatte alberi per raggiungere i rami alti, scava pozze nei letti asciutti dei fiumi con zampe e zanne e disperde semi per decine di chilometri nel suo sterco. Dietro di lui diventa possibile un ecosistema completamente diverso: radure che lasciano arrivare la luce a terra, fonti d’acqua da cui altre specie dipendono nella stagione secca e semi depositati lontano dalla pianta madre.

Rimuovili e la complessità strutturale dell’habitat collassa nell’arco di decenni. La conservazione delle popolazioni di elefanti non è una causa sentimentale, è un intervento strutturale sull’ecosistema della savana. Lo Sheldrick Wildlife Trust, partner di Ololoo per la collezione Rewild, dal 1977 ha salvato più di 300 elefanti orfani, allevandoli a mano e reintegrandone molti nelle mandrie selvatiche del Tsavo, in Kenya. Da allora sono nati in natura più di 92 cuccioli da ex-orfani tornati liberi: è la prova più chiara che la reintegrazione ha funzionato davvero, tracciabile sui singoli animali con monitoraggio post-rilascio. Il mio parere è netto: seguire i singoli elefanti per anni dopo il rilascio è un modello di responsabilità più rigoroso di quello applicato da gran parte delle organizzazioni che dichiarano di proteggere la biodiversità. Ogni prodotto della collezione Rewild invia 1 euro direttamente a quel lavoro.

Rewilding e cambiamento climatico

Il rewilding è entrato nei quadri di mitigazione climatica sotto l’etichetta di soluzioni basate sulla natura e il legame è reale. Gli ecosistemi ripristinati sequestrano carbonio, stabilizzano il suolo, regolano i cicli dell’acqua e aumentano la resilienza ai disturbi climatici. La precisazione da fare subito: il rewilding non sostituisce il taglio delle emissioni e la contabilità del carbonio sui terreni rinaturalizzati è più complessa di quanto ammettano quasi tutte le sintesi politiche.

Come gli ecosistemi immagazzinano carbonio

Un’area rinaturalizzata non sequestra subito carbonio al ritmo di una foresta matura. Il processo richiede decenni e le stime variano per tipo di ecosistema, zona climatica, uso precedente del suolo e condizione del suolo. La ricerca sulla gestione forestale ispirata al rewilding (Mikoláš et al., 2025) documenta che i paesaggi rinaturalizzati con composizione diversificata e complessità trofica ripristinata superano in modo costante le monocolture sul sequestro di carbonio nel lungo periodo. Ma lungo periodo qui significa da venti a cinquant’anni, non cinque.

La componente del suolo è quasi sempre sottovalutata. Grandi erbivori e predatori apicali influenzano densità della vegetazione e compattazione del suolo in modi che incidono sul carbonio immagazzinato. Le reti di funghi micorrizici, i sistemi di connessione sotterranea tra le radici, vengono distrutte dalla compattazione agricola e si riprendono in condizioni di rewilding. Il loro ruolo nel carbonio stabile del suolo è ancora in via di quantificazione ma la direzione delle prove è coerente.

Cosa le soluzioni naturali non sostituiscono

Le soluzioni basate sulla natura, rewilding incluso, possono contribuire alla mitigazione climatica: lo dice esplicitamente il Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC. Il consenso scientifico è altrettanto chiaro nel dire che integrano il taglio delle emissioni, non lo rimpiazzano. Usare il rewilding per giustificare emissioni continuative è la versione naturale del compensare con una donazione: aritmeticamente possibile, strutturalmente disonesto e sempre più diffuso nei piani climatici aziendali.

I rapporti IPBES, 2024 quantificano il quadro economico senza giri di parole: agire subito sulla biodiversità potrebbe generare 10.000 miliardi di dollari di opportunità di mercato e sostenere 395 milioni di posti di lavoro entro il 2030. Rinviare di un decennio raddoppierebbe il costo di agire oggi.

Le critiche vere

Il rewilding genera controversie vere, non solo da chi ha interessi economici nell’uso attuale del suolo ma da scienziati, gestori del territorio e comunità che sollevano obiezioni di sostanza. Alcune organizzazioni hanno anche scoperto che rewilding raccoglie molte più donazioni di gestione degli habitat, cosa che a volte si riflette nel rigore con cui distinguono le due. Alcune obiezioni sono ben supportate dai dati. Altre sono resistenza politica travestita da linguaggio scientifico.

Conflitto uomo-fauna: i dati italiani

Il 5 aprile 2023, nei boschi sopra Caldes in Trentino, l’orsa JJ4 ha ucciso Andrea Papi, 26 anni. È il primo caso mortale provocato da un orso in Italia da decenni. Non c’è un modo ironico di raccontarlo e non proveremo a trovarne uno.

L’orso bruno era quasi estinto sulle Alpi centrali. Tra il 1999 e il 2002 il progetto europeo Life Ursus ha rilasciato dieci esemplari portati dalla Slovenia nel Parco Adamello-Brenta. Sul piano biologico ha funzionato oltre le previsioni: oggi gli orsi in Trentino sono circa 98 (MASE, 2023, stima Provincia di Trento, piccoli esclusi). Il problema è che si sono concentrati in un territorio densamente abitato, dove era prevista una distribuzione più ampia. Il successo ecologico e il conflitto sociale sono cresciuti insieme.

Questa è la tensione di fondo, in Italia come in Europa: i costi del rewilding li paga chi vive lì, i benefici sono distribuiti su tutti. È un’asimmetria reale, che i sostenitori del rewilding liquidano troppo in fretta. La coesistenza con i grandi carnivori è possibile ma a una condizione che viene quasi sempre sottovalutata: le regole vanno costruite ascoltando le comunità locali, non calate dall’alto su chi quei costi li sostiene ogni giorno.

Il declassamento del lupo: scienza o politica

Sul lupo la pressione politica ha vinto sul parere scientifico e vale la pena guardare i fatti senza slogan. Nel dicembre 2024 la Convenzione di Berna ha spostato il lupo da specie rigorosamente protetta (Allegato II) a protetta (Allegato III); la modifica è entrata in vigore il 7 marzo 2025. L’Unione Europea ha adeguato la Direttiva Habitat con la Direttiva UE 2025/1237 (Consiglio UE, 2025). In Italia il decreto del Ministero dell’Ambiente del 6 novembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21 gennaio 2026, ha spostato il lupo dall’Allegato D (protezione rigorosa) all’Allegato E (specie che possono essere oggetto di misure di gestione) del DPR 357/1997.

Il punto onesto è duplice. Primo: declassamento non significa liberalizzazione. Il lupo resta specie protetta, gli Stati devono comunque garantirne uno stato di conservazione favorevole e possono mantenere a livello nazionale tutele più rigorose. Secondo: la popolazione europea è quasi raddoppiata in dieci anni, da 11.193 esemplari nel 2012 a 20.300 nel 2023 (Consiglio UE, 2025) quindi parlare di emergenza estinzione sarebbe falso. Ma abbattere lupi non è la panacea che viene venduta: anche dove gli abbattimenti sono intensivi le predazioni continuano e disgregare la struttura sociale di un branco può addirittura aumentarle. La protezione delle greggi, con recinzioni e cani da guardiania, resta lo strumento che funziona. Attaccare il sistema che decide per slogan è legittimo. Fingere che sparare risolva il problema dell’allevatore non lo è.

Dove le prove sono ancora deboli

Qui potrei sbagliarmi ma una quota significativa della propaganda pro-rewilding estrapola da pochi progetti ben documentati verso contesti dove le condizioni ecologiche sono molto diverse. Una scoping review del 2023 sulla ricerca europea (Hart, Haigh e Ciuti, 2023) ha rilevato che gran parte delle prove peer-reviewed viene da Paesi Bassi e Scandinavia. Generalizzare da lì agli ecosistemi mediterranei, ai paesaggi agricoli dell’Europa orientale o all’Africa subsahariana richiede assunzioni che la letteratura non sostiene ancora. Non significa che il rewilding non funzioni. Significa che la base di prove, pur in rapida crescita, è geograficamente stretta e gli standard per misurare il successo sono ancora contestati.

Rewilding, conservazione e restauro

Conservazione, restauro e rewilding vengono usati come sinonimi in gran parte del giornalismo e questa confusione rende davvero poco chiaro cosa faccia ciascun approccio, quanto costi e cosa richieda. Le differenze sono operative, non solo terminologiche.

La conservazione protegge gli ecosistemi e le popolazioni esistenti da ulteriori danni, tramite aree protette, regolamentazione della caccia e quadri normativi. Il suo limite è che può rallentare il declino ma non invertirlo nei paesaggi già degradati sotto le soglie ecologiche.

Il restauro ecologico prevede interventi attivi per riportare un ecosistema degradato verso uno stato storico preciso. È mirato, pianificato e definito da un punto di riferimento. Di solito richiede gestione continua per mantenere la condizione obiettivo.

Il rewilding si distingue da entrambi accettando che l’esito non sia predeterminabile e puntando a ripristinare i processi più che gli stati. L’obiettivo è un ecosistema che si auto-organizza senza gestione umana continua. Dei tre, è l’approccio più direttamente rivolto ai motori strutturali della perdita di biodiversità, la frammentazione degli habitat e i processi ecologici perduti, invece che ai loro sintomi.

Tre progetti documentati

I casi di studio sul rewilding vanno dalla ricerca longitudinale rigorosa al materiale promozionale che prende in prestito il linguaggio dell’ecologia senza il metodo. I tre qui sotto hanno esiti documentati su periodi abbastanza lunghi da distinguere il segnale dalla tendenza. Due sono italiani.

Gran Paradiso: lo stambecco salvato

A metà Ottocento lo stambecco alpino era scomparso da quasi tutte le Alpi: l’ultima popolazione, ridotta a poche decine di individui, resisteva solo nel massiccio del Gran Paradiso. Nel 1856 Vittorio Emanuele II ne fece riserva reale di caccia, salvandolo paradossalmente per fini venatori. Nel 1922 quei terreni diventarono il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il primo parco nazionale italiano. Durante la guerra la popolazione crollò di nuovo, fino a 416 capi nel 1945.

Oggi nel Parco vivono circa 2.700 stambecchi, censiti due volte l’anno dai guardaparco. Soprattutto, da quel piccolo nucleo sono partite le traslocazioni che hanno reintrodotto la specie su tutto l’arco alpino, in Italia, Svizzera, Francia, Austria, Germania e Slovenia, fino alle decine di migliaia di animali di oggi. Il gipeto, l’avvoltoio degli agnelli scomparso dal Parco nel 1912, è tornato grazie a un progetto di reintroduzione internazionale. È il caso fondativo della conservazione italiana e la prova che le estinzioni non sono sempre inevitabili. Resta un avvertimento: tutti gli stambecchi alpini discendono da quel nucleo quindi la specie porta un collo di bottiglia genetico che la rende fragile davanti a malattie e clima.

Appennino Centrale: corridoi di coesistenza

Rewilding Appennino Centrale, il progetto italiano di Rewilding Europe, lavora tra Abruzzo, Lazio e Molise su cinque corridoi di coesistenza che insieme coprono più di 100.000 ettari e collegano i parchi nazionali d’Abruzzo, della Maiella e il Parco Regionale Sirente-Velino. A differenza di Yellowstone non punta a reintrodurre una specie: punta sulla connettività, esattamente la C più trascurata delle 3C.

La specie simbolo è l’orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus), una sottospecie endemica isolata da migliaia di anni, classificata In Pericolo Critico dalla IUCN, con appena 50-60 individui e un rischio stimato del 17% di estinzione entro un secolo (Gervasi e Ciucci, 2018). Tra il 2003 e il 2024 sono stati trovati morti 52 orsi e dove è stato possibile accertare la causa metà è morta per uccisione illegale. Per una popolazione così piccola, i corridoi che riducono mortalità stradale e bracconaggio valgono più di qualunque reintroduzione. Nell’autunno 2024 il progetto ha rimosso cinque briglie in cemento sul fiume Giovenco, riconnettendo 11,2 km di corso d’acqua: il primo intervento del genere in Appennino centrale (Rewilding Europe, 2024). È rewilding fatto in Italia, sul serio.

Yellowstone: vent’anni di monitoraggio

La reintroduzione dei lupi nel Parco di Yellowstone nel 1995 è la cascata trofica più studiata della storia del rewilding. Entro il 2010, quindici anni dopo, i ricercatori avevano documentato: minore pressione di brucatura nelle zone ripariali, ripresa di salice e pioppo lungo le sponde, ritorno dei castori da quasi-assenza a colonie attive, aumento degli uccelli e cambiamenti misurabili nella stabilità delle rive e nella morfologia dei canali.

Le cautele: la cascata completa ha richiesto dieci-quindici anni, parte del calo dei wapiti è attribuito anche alla siccità oltre che alla predazione e Yellowstone ha caratteristiche, vasta superficie contigua, prede diversificate, forte protezione politica, che non valgono per la maggior parte dei contesti. Resta l’esempio meglio documentato di rewilding trofico. Non è un modello che si trasferisce direttamente su un Appennino abitato.

Rewilding urbano e fluviale

Gran parte della letteratura sul rewilding dà per scontato un contesto rurale o selvaggio. Due ambiti di ricerca in crescita sfidano questo assunto: il rewilding urbano e quello acquatico.

La ricerca sul rewilding urbano, sintetizzata in un’analisi del 2024 (Lerman et al., 2024), si concentra sul reintrodurre specie scomparse o surrogati ecologici negli ambienti urbani, sul creare corridoi tra le aree verdi cittadine e sul ridurre l’intensità di gestione di parchi e bordi stradali. Il metodo Miyawaki, piantumazione fitta di specie native su piccole superfici, ha prodotto aumenti misurabili di biodiversità entro cinque-dieci anni in diverse città europee.

Il rewilding fluviale è più giovane come campo ma in Italia ha già esempi concreti: la rimozione delle barriere artificiali, come quella sul fiume Giovenco in Abruzzo, restituisce ai corsi d’acqua continuità ecologica e riapre il passaggio a pesci e altri organismi. I pesci sono oggi tra le specie più minacciate d’Europa e liberare un fiume è una delle azioni di rewilding dal rapporto costo-beneficio più alto.

Come sostenere il rewilding

Il rewilding su scala significativa richiede terra, cambiamenti normativi, finanziamenti di lungo periodo e la collaborazione di chi vive sul territorio da rinaturalizzare. Gran parte di questo è fuori dal controllo del singolo. Vale la pena dirlo con chiarezza invece di far finta del contrario.

Se stai pensando che 1 euro a prodotto non possa finanziare in modo sensato la conservazione, è un’obiezione legittima e merita una risposta diretta. Il programma di reintegrazione degli elefanti dello Sheldrick Wildlife Trust funziona dal 1977 su un modello di adozioni e donazioni individuali. Un singolo elefante cresciuto e riportato in natura sono anni di cure, interventi veterinari e monitoraggio post-rilascio. Sono i contributi aggregati a tenere economicamente in piedi quel lavoro. Il conto non è su un singolo acquisto, è su un flusso costante da una comunità a cui l’esito interessa.

Oltre al finanziamento diretto, il contributo individuale più efficace al rewilding è politico: sostenere le riforme sull’uso del suolo che lo rendono possibile su larga scala, opporsi ai sussidi agricoli che premiano il degrado del territorio e accettare che un paesaggio rinaturalizzato non assomiglia alla campagna pettinata che in Europa ci hanno insegnato a chiamare natura. Il disordine è l’aspetto che ha ciò che funziona.

La collezione Rewild invia 1 euro a prodotto allo Sheldrick Wildlife Trust. È un contributo piccolo, specifico e verificabile a un programma di conservazione documentato. Non è la soluzione alla perdita di biodiversità. È una cosa concreta, fatta con costanza, mentre i sistemi più grandi recuperano il ritardo.

Frequently asked questions

Cos’è il rewilding?
Il rewilding, o rinaturalizzazione, è una strategia di conservazione che ripristina i processi naturali e le relazioni ecologiche negli ecosistemi degradati, reintroducendo le specie mancanti, riducendo l’intervento umano e riconnettendo gli habitat. A differenza della conservazione tradizionale punta a ricostruire ecosistemi capaci di auto-regolarsi, non solo a proteggere ciò che resta.
Quanti lupi ci sono in Italia?
Secondo il primo monitoraggio nazionale coordinato da ISPRA (2020/2021), in Italia si stimano circa 3.307 lupi (forchetta 2.945-3.608), di cui circa 950 sulle Alpi e circa 2.400 nella penisola. La specie occupa oltre metà del territorio nazionale. Negli anni Settanta ne erano rimasti circa cento: il ritorno è avvenuto grazie alla protezione legale e all’abbandono delle aree montane.
Cos’è una specie chiave?
Una specie chiave è quella la cui rimozione produce sull’ecosistema effetti sproporzionati rispetto al suo numero. I predatori apicali come il lupo, gli ingegneri come l’elefante e gli impollinatori come le api ne sono esempi. Toglierne una può riorganizzare la rete alimentare in modi che riducono la biodiversità dell’intero sistema.
Cos’è una cascata trofica?
È una catena indiretta di effetti che si attiva quando un predatore viene aggiunto o rimosso da un ecosistema. L’esempio più citato: i lupi reintrodotti a Yellowstone nel 1995 hanno cambiato il comportamento di pascolo degli ungulati, permettendo alla vegetazione di riva di riprendersi, stabilizzando le sponde e modificando la struttura dei fiumi nell’arco di vent’anni.
Il rewilding aiuta contro il cambiamento climatico?
Gli ecosistemi ripristinati sequestrano carbonio in suolo, vegetazione e biomassa, più efficacemente delle monocolture nel lungo periodo. L’IPCC classifica il rewilding tra le soluzioni basate sulla natura. Integra il taglio delle emissioni ma non lo sostituisce: usarlo come compensazione per continuare a emettere non è scientificamente valido.
Che differenza c’è tra rewilding e conservazione?
La conservazione protegge gli ecosistemi esistenti da ulteriori danni. Il restauro ecologico riporta un’area degradata verso uno stato storico preciso. Il rewilding ripristina i processi più che gli stati: l’obiettivo è un ecosistema auto-regolante che non richiede gestione umana continua. Dei tre è quello più direttamente rivolto ai motori strutturali della perdita di biodiversità.
Il lupo è pericoloso per l’uomo?
Le aggressioni del lupo all’uomo sono eventi estremamente rari. Il conflitto reale riguarda soprattutto la predazione sul bestiame. In Italia, dove il lupo è dal 2025 classificato come specie protetta (non più rigorosamente protetta), gli strumenti che riducono davvero i danni sono le recinzioni elettrificate e i cani da guardiania. Gli abbattimenti, da soli, non riducono in modo affidabile le predazioni.
Cos’è l’obiettivo 30x30?
Adottato con il Quadro Globale sulla Biodiversità di Kunming-Montreal alla COP15 nel dicembre 2022, impegna 196 Paesi a proteggere il 30% delle terre e degli oceani entro il 2030. Il rewilding è uno degli strumenti principali per ripristinare la funzione ecologica delle aree designate, soprattutto in quelle già degradate.
Esistono progetti di rewilding in Italia?
Sì. Il più ambizioso è Rewilding Appennino Centrale, partner italiano di Rewilding Europe, che gestisce cinque corridoi ecologici per oltre 100.000 ettari tra Abruzzo, Lazio e Molise, con l’orso bruno marsicano come specie simbolo. A questo si aggiungono casi storici come il salvataggio dello stambecco al Gran Paradiso e la reintroduzione dell’orso in Trentino, oltre al ritorno naturale del lupo lungo l’Appennino.
Sources and references
  • ISPRA (2022). Monitoraggio nazionale del lupo 2020/2021 — stima della distribuzione e consistenza a scala nazionale. isprambiente.gov.it
  • Parco Nazionale Gran Paradiso. Storia e conservazione dello stambecco. pngp.it
  • Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). Orso bruno e progetto Life Ursus — stima Provincia di Trento 2023. mase.gov.it
  • Ministero dell’Ambiente (MASE). Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus). mase.gov.it
  • Gervasi, V. & Ciucci, P. (2018). Demographic projections of the Apennine brown bear population (stima del 17% di rischio di estinzione entro 100 anni). Ursus / population viability analysis.
  • Rewilding Europe — Central Apennines / Rewilding Apennines. Corridoi di coesistenza e rimozione barriere sul fiume Giovenco (2024). rewildingeurope.com
  • Consiglio dell’UE (2025). Direttiva Habitat: nuovo status di protezione del lupo (Direttiva UE 2025/1237). consilium.europa.eu
  • Carver, S. et al. (2021). Guiding principles for rewilding. Conservation Biology, 35(6), 1882-1893. doi.org/10.1111/cobi.13730
  • Soulé, M. & Noss, R. (1998). Rewilding and Biodiversity. Wild Earth, 8, 19-28.
  • WWF (2024). Living Planet Report 2024 — A System in Peril. worldwildlife.org
  • IPBES (2019). Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services. ipbes.net
  • IUCN (2025). The IUCN Red List of Threatened Species, Version 2025-2. iucnredlist.org
  • IPBES (2024). Transformative Change Assessment (Windhoek, dicembre 2024). ipbes.net
  • Hart, E.E., Haigh, A. & Ciuti, S. (2023). A scoping review of the scientific evidence base for rewilding in Europe. Biological Conservation, 285, 110243. sciencedirect.com
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  • Lerman, S.B. et al. (2024). Urban rewilding to combat global biodiversity decline. BioScience. academic.oup.com
  • CBD (2022). Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (COP15). cbd.int
  • Sheldrick Wildlife Trust. Orphans’ Project e cuccioli nati in natura. sheldrickwildlifetrust.org

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